lunedì, 22 marzo, 2004
STATO
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IL LABIRINTO DEL FEDERALISMO

di SABINO CASSESE
Meno tasse o più decentramento?
Cassese Sabino

La questione del federalismo si sta caricando di una grande quantità di contraddizioni. Provo ad elencarle, perché credo che sia utile sapere in quale ginepraio ci stiamo andando a ficcare. Uno studioso americano ha osservato che gli Stati in Europa sono troppo grandi per gestire la vita d' ogni giorno e troppo piccoli per curare gli affari internazionali. Al secondo problema si sta ponendo rimedio con il «federalismo esterno», l' Unione europea, che dovrebbe presto avere un autentico ministro degli Esteri e affrontare unita la minaccia del terrorismo. Si è cercato di risolvere il primo, nel 2001, con la riforma costituzionale. Ma per la fretta si è dimenticato di assegnare allo Stato il controllo dell' esercizio del credito, si è divisa a metà la materia dei beni culturali e si è attribuito alla legislazione concorrente delle Regioni anche il compito di regolare le grandi reti di trasporto, dell' energia, delle comunicazioni. È un pasticcio dal quale non so se riusciranno a tirarci fuori la buona volontà della Corte costituzionale, sommersa da ricorsi regionali, e quella del Parlamento, che ha approvato la legge La Loggia. Il governo, a sua volta, è stretto tra un patto con gli elettori (quello di non aumentare l' imposizione fiscale) e il patto europeo di stabilità (quello di non aumentare la spesa pubblica), ma non dispone di strumenti sufficienti per tenere sotto controllo sia la spesa, sia le imposte regionali e locali. Due acuti studiosi, in un bel libro sulle dimensioni degli Stati (Alberto Alesina e Enrico Spolaore, The Size of Nations, The Mit Press, Cambridge - London, 2003) hanno elevato un inno ai piccoli Stati. Democratizzazione, liberalizzazione del commercio e riduzione delle guerre sono associate con la formazione di piccoli Paesi, mentre protezionismo, dittature e guerre sono associati a grandi dimensioni nazionali. Però, i Paesi più piccoli hanno amministrazioni e prelievo fiscale più pesanti, per abitante, di quelli maggiori. Insomma, più gli Stati sono piccoli, più costano. Ed allora dobbiamo scegliere tra meno tasse e più decentramento. La maggioranza parlamentare, poi, è al centro di una tensione tra la Lega, sostenitrice del Senato federale e di un' ulteriore devoluzione di compiti alla periferia, e le Regioni, che sono insoddisfatte del modo in cui avviene il trasferimento di compiti del 2001 e vogliono essere rappresentate direttamente nel futuro Senato. Di qui il paradosso della posizione della Lega, che corre il rischio di essere accusata di scarso impegno federalistico dalle stesse Regioni che dovrebbero beneficiare del suo federalismo. Ultima contraddizione: più il Senato federale sarà rappresentativo delle Regioni e più potere esso avrà (ora anche sul bilancio e sulla legge finanziaria), più il governo centrale sarà condizionato dal peso di Regioni di destra e di Regioni di sinistra nel Senato. La maggioranza della Camera dei deputati dovrà trovarsi d' accordo con la diversa (ed eventualmente opposta) maggioranza di un Senato federale. L' esperienza tedesca insegna che questo è un fattore di rallentamento o persino di blocco. Si corre il rischio, così, di un nuovo «consociativismo». Per uscire dalla prima contraddizione, bisognerebbe fare un passo indietro rispetto al federalismo del centrosinistra. Per uscire dalla seconda, dovremmo accettare un maggiore prelievo fiscale. Per sciogliere la terza e la quarta contraddizione, si dovrebbe o rinunciare al Senato federale, o accettare i forti limiti che esso comporta al metodo maggioritario. Non vedo chi possa condurci fuori da questo labirinto.

 
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